Effetti delle pandemie sulla struttura produttiva reale: mercato del lavoro, le tappe di beni di capitale e l’impatto dell’incertezza

Mercato del lavoro

L’emergere di una nuova malattia altamente contagiosa che si diffonde in tutto il mondo con un alto tasso di mortalità è senza dubbio uno scenario catastrofico in grado di causare tutta una serie di importanti conseguenze economiche a breve, medio e anche a lungo termine. Tra questi, innanzitutto, il costo in termini di vite umane, molte delle quali ancora pienamente creative e nelle loro fasi produttive. Ricordiamo, per esempio, che si stima che la cosiddetta “influenza spagnola” abbia causato tra i 40 e i 50 milioni di vittime in tutto il mondo a partire dal 1918 (cioè più di tre volte il numero di morti, tra combattenti e civili, durante la Prima Guerra Mondiale); questa pandemia influenzale colpiva soprattutto uomini e donne relativamente giovani e robusti, ovvero nei loro anni più produttivi[1]. Al contrario, l’attuale pandemia di Covid-19 generata dal virus SARS-CoV-2, pur producendo sintomi relativamente lievi nell’85% delle persone infettate, risulta grave per il restante quindici per cento, richiedendo addirittura l’ospedalizzazione per un terzo di loro e causando la morte di circa un ricoverato grave su cinque, la stragrande maggioranza di cui anziani già in pensione o con significative patologie pregresse.

Pertanto, l’attuale pandemia non sta avendo un effetto apprezzabile sull’offerta di lavoro e sul talento umano, poiché l’aumento dei decessi di persone in età lavorativa è relativamente piccolo. Come abbiamo già detto, questa situazione contrasta molto con quella generata dall’ influenza spagnola, in seguito alla quale si può stimare che l’offerta di lavoro si sia contratta, a livello aggregato mondiale, di circa il 2%, tenendo conto sia di coloro che morirono per la malattia sia di quelli che persero la vita durante la Prima Guerra Mondiale (40 o 50 milioni di vittime per la malattia e più di 15 milioni per la guerra). Questa relativa carenza di manodopera non mancò, durante, i “ruggenti anni venti” del secolo scorso, quando si consumò la ristrutturazione dell’economia mondiale da un’economia di guerra a un’economia di pace, di esercitare una pressione al rialzo sui salari reali. Questa ristrutturazione, al tempo stesso, venne accompagnata da una grande espansione del credito, la cui analisi dettagliata non possiamo qui elaborare, ma che in ogni caso pose le basi per la “Grande Depressione” nata dalla grave crisi finanziaria del 1929[2].

Nel corso della storia, varie pandemie hanno avuto un impatto ancora maggiore sul mercato del lavoro. Per esempio, la grande peste che devastò l’Europa a partire dal 1348 si stima che abbia ridotto la popolazione totale di almeno un terzo. Dopo la pandemia vi fu, infatti, a causa della grande carenza di manodopera, una crescita significativa dei salari reali che si consolidò nei decenni successivi. A questo proposito, è esasperante vedere come gli economisti monetaristi e, soprattutto, keynesiani continuino a martellarci sui presunti “benefici” economici delle guerre e delle pandemie (presumibilmente per tutti tranne che per i milioni di persone che sono morte e che si sono impoverite in queste guerre e pandemie). Quest’ultimi sostengono che queste tragedie permettono alle economie di uscire dalla loro pigrizia e di iniziare il cammino verso la “prosperità”, e, che, al tempo stesso, giustificano le loro politiche economiche di intenso interventismo monetario e fiscale. Ludwig von Mises, con la sua perspicacia abituale, usava il termine “distruzionismo economico” per riferirsi a queste teorie e politiche il cui unico obiettivo è quello di cercare e giustificare un aumento dell’offerta monetaria pro capite e, soprattutto, della spesa delle amministrazioni pubbliche[3].

 

Struttura produttiva e beni di capitale

Oltre a questi effetti sulla popolazione e sul mercato del lavoro, dobbiamo anche considerare, in secondo luogo, l’impatto di una pandemia sul tasso sociale di preferenza temporale e, di conseguenza, sul tasso di interesse e sulla struttura produttiva negli stadi dei beni di capitale. In questo senso, forse lo scenario più catastrofico concepibile è quello descritto da Giovanni Boccaccio nella sua introduzione al Decameron in relazione alla peste bubbonica che colpì l’Europa nel XIV secolo. Se si diffonde la convinzione generale che vi sia un’alta probabilità di contagiarsi e di morire a breve o medio termine, è abbastanza comprensibile che le valutazioni soggettive siano orientate al presente e al consumo immediato. “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo”, o “pentiamoci, facciamo penitenza e preghiamo per riordinare la nostra vita spirituale” sono due posizioni antagoniste di fronte alla pandemia che sono perfettamente comprensibili ma che hanno lo stesso effetto economico: che senso ha risparmiare e intraprendere progetti di investimento che potrebbero maturare solo in un futuro lontano in cui non ci saremo né noi né i nostri figli e i cui frutti non potremmo godere? L’ovvio risultato che, per esempio, si osservò nella Firenze del XIV secolo devastata dalla peste bubbonica fu l’abbandono massiccio di fattorie, bestiame, campi e laboratori e, in generale, la negligenza e il consumo sfrenato senza ammortizzare i beni di capitale[4]. Questo fenomeno può essere illustrato graficamente in modo semplificato, come spiego nella sezione dedicata alle “economie in regressione” nel mio libro Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici[5], utilizzando i noti triangoli hayekiani che rappresentano la struttura produttiva di una società (e il cui significato e spiegazione dettagliata possono essere studiati alle pp. 269 e seguenti dello stesso libro).

Come viene illustrato nel grafico numero 1, in questo caso si produce un improvviso e intenso aumento del tasso sociale di preferenza temporale e, di conseguenza, un aumento del consumo monetario immediato (figura b) a scapito dell’investimento. In particolare, molteplici stadi del processo produttivo, rappresentati dall’area ombreggiata nella figura (c), vengono abbandonati e una parte molto importante della popolazione smette di lavorare (per morte o per volontà) e quelli che sopravvivono si dedicano impazientemente a consumare beni di consumo (i cui prezzi in unità monetarie schizzano in alto a causa della contrazione della loro offerta e della diminuzione generalizzata della domanda di denaro). Le transazioni sul mercato del tempo e dei fondi prestabili si fermano e i saggi d’interesse sui pochi prestiti che hanno luogo “vanno alle stelle”.

In contrasto con lo scenario precedente, non ci sono indicazioni che nell’attuale pandemia Covid-19 ci sia stato un cambiamento significativo nel tasso sociale di preferenza temporale (a parte l’effetto dell’aumento temporaneo dell’incertezza che studieremo più avanti). Da un lato, le circostanze attuali non assomigliano nemmeno lontanamente a quelle di una pandemia così grave come quella descritta da Boccaccio nel Decameron. Come abbiamo indicato, la prevedibile mortalità della popolazione in età lavorativa è praticamente irrilevante e le aspettative sul buon esito dei processi d’investimento di più lontana maturità temporale rimangono invariate (per esempio, si continua a investire nella progettazione, innovazione e produzione delle auto elettriche del futuro, e in molti altri progetti d’investimento a lungo termine). E se non c’è stata una mutazione significativa nel tasso sociale di preferenza temporale, nemmeno la struttura produttiva dei beni capitali rappresentata, seppur semplicisticamente, dal triangolo hayekiano è stata alterata, tranne che per tre effetti, uno a brevissimo termine, un altro di media durata (da 1 a 3 anni) e il terzo di durata più lunga e persino indefinita.

Il primo caso è quello dell’effetto immediato e temporaneamente ridotto (di qualche mese) che i lockdown imposti dai governi hanno avuto sulla struttura produttiva reale. Si può supporre che il “blocco economico” decretato per alcuni mesi abbia colpito, in termini relativi, soprattutto lo sforzo produttivo più lontano dal consumo finale: del resto, la popolazione, anche quella confinata che non ha potuto lavorare, ha dovuto continuare a consumare beni e servizi (anche attraverso il commercio elettronico – Amazon, ecc. – in quanto molti negozi e distributori finali furono costretti a chiudere non venendo considerati, arbitrariamente, come “attività essenziali”). Se cosi è, supponendo inoltre che la domanda monetaria finale diretta al consumo non sia stata significativamente alterata perché le famiglie, nella disoccupazione forzata imposta dalle autorità, hanno attinto alle loro riserve finanziarie o hanno sostituito la loro perdita di reddito con fondi provenienti da indennità di disoccupazione temporanea (ERTES, ERES, ecc.), la struttura della produzione in termini monetari avrà oscillato per un breve periodo di tempo, in modo pendolare, come mostrato di seguito (grafico numero 2):

 

In ogni caso, una volta finita la “disgiunzione” forzata del processo produttivo e tornati i fattori di produzione ai loro impieghi, l’economia può ripartire da dove si è fermata, dato che non vi sono stati errori sistematici d’investimento che devono essere riconvertiti[6]. A differenza di quanto accaduto nella Grande Recessione del 2008, la struttura produttiva non è stata danneggiata in modo irreversibile, quindi non vi è bisogno di un lungo e doloroso processo di riconversione e di una massiccia riassegnazione dei fattori produttivi: si richiede semplicemente che imprenditori, lavoratori ed autonomi tornino al lavoro, riprendendo le mansioni che sono state interrotte ed utilizzando i beni di capitale che rimasero intatti allora (pochi mesi fa) e che ora sono ugualmente disponibili. In relazione a questo primo effetto a corto termine, bisogna chiarire che lo stesso avverrebbe, sebbene in modo molto più morbido, meno traumatico e, quindi, dando luogo ad un’oscillazione molto minore del movimento pendolare indicato nel grafico numero 2, anche qualora le quarantene fossero volontarie e selettive, ovvero decise a livello “micro” dalle famiglie, aziende, urbanizzazioni, quartieri, ecc. nel contesto di una società libera in cui, o non esistono governi monopolisti (autogoverno tipico dell’anarco-capitalismo) o questi non sono centralisti e, per tanto, non sono nelle condizioni di imporre misure generalizzate e coercitive di lockdown indiscriminato.

Ci sono però diversi settori, fondamentalmente legati agli stadi del consumo finale, che hanno visto e continuano a vedere, all’indomani del lockdown e molto probabilmente per tutto il periodo di tempo, che può durare mesi[7], richiesto per superare la pandemia e recuperare la piena normalità, drasticamente ridotta la propria domanda. Fondamentalmente, settori come il turismo, i trasporti, l’ospitalità e l’intrattenimento, che sono relativamente molto importanti in certe economie come quella spagnola, dove il turismo ad esempio rappresenta quasi il 15% del nostro PIL, richiedono un cambiamento più profondo di quello meramente pendolare descritto nel punto precedente e che incide sulla struttura produttiva per un periodo di tempo più lungo (circa due anni). Ovviamente, a parità di altre condizioni, se le famiglie consumano meno in biglietti aerei, alberghi, ristoranti o teatri, consumeranno di più in altri beni e servizi di consumo alternativi o sostitutivi, o dedicheranno una maggior frazione del proprio reddito agli investimenti o aumenteranno i loro saldi di cassa. Lasciando da parte il possibile aumento della domanda di denaro, di cui parleremo più avanti quando affronteremo la questione dell’incertezza, è chiaro che la struttura produttiva dovrà adattarsi temporaneamente alle nuove circostanze facendo il miglior uso possibile delle risorse che sono ancora attive nei settori colpiti (almeno parzialmente) e, soprattutto, di coloro che sono forzatamente e temporaneamente disoccupati e che dovranno redirigersi verso linee di produzione alternative, linee dove potranno trovare un impiego redditizio (temporaneo o permanente).

Così, ad esempio, certi ristoranti, rimarranno, contro ogni previsione, aperti, riconvertendo la propria offerta (per esempio facendo pasti a domicilio), riducendo il più possibile le spese (licenziando il personale o riconvertendolo direttamente o indirettamente, per esempio in consegnatari a domicilio, ecc) ed aggiustando gli obblighi contrattuali con i propri fornitori in modo da ridurre al minimo le perdite ed il consumo di capitale. In questo modo evitano di buttare via gli anni investiti per costruirsi una reputazione e per accumulare un capitale prezioso e difficile da riconvertire, nell’aspettativa che quando le circostanze migliorino siano meglio posizionati dei loro concorrenti e con significativi vantaggi competitivi per affrontare la prevista ripresa del settore. Altri imprenditori sceglieranno, al contrario, di andare “in letargo”, chiudendo temporaneamente le loro imprese ma lasciando le infrastrutture e i contatti di lavoro corrispondenti pronti per riaprire al più presto non appena le circostanze lo permetteranno. Un terzo gruppo, generalmente composto da quei progetti d’affari che sono marginalmente meno redditizi anche nelle circostanze pre-pandemiche saranno costretti a chiudere definitivamente i loro affari e a liquidare i loro rispettivi progetti.

Tutte queste mosse e decisioni imprenditoriali possono e devono essere prese con relativa rapidità e al minor costo possibile, il che sarà possibile solo in un’economia dinamicamente efficiente che incoraggi il libero esercizio della funzione imprenditoriale e non la ostacoli con regolamentazioni dannose, specialmente nel mercato del lavoro, e con tasse disincentivanti. Ovviamente, non saranno né il governo né i suoi funzionari, ma solo un esercito di imprenditori, che nonostante tutte le avversità vogliono andare avanti con fiducia incrollabile verso un futuro migliore e hanno coraggio di credere che prima o poi arriverà, coloro i quali saranno capaci di prendere le decisioni più appropriate nelle loro particolari coordinate di tempo e luogo.

In termini del nostro triangolo semplificato della struttura di produzione- il triangolo hayekiano- il massimo che può essere rappresentato (vedi il grafico numero 3), sotto l’ipotesi che non vi sia una mutazione significativa nel tasso sociale di preferenza temporale, è un’oscillazione orizzontale dell’ipotenusa del triangolo corrispondente, prima a sinistra, considerando l’impatto aggregato di una minore domanda monetaria nei settori colpiti (e i loro diretti fornitori), e poi di nuovo a destra, man mano che aumenta la demanda verso le alternative durante il periodo di mesi necessario per tornare alla piena normalità, e, al tempo stesso, nella misura in cui una gran parte della domanda monetaria persa dai settori menzionati si recupera.

 

Ovviamente, il grafico non ci permette di catturare le innumerevoli decisioni commerciali e i movimenti reali d’investimento implicati dall’oscillazione orizzontale rapida e flessibile rappresentata dalle frecce bidirezionali. Tuttavia, ci permette di visualizzare il grave rischio che si corre nell’intraprendere politiche che tendono a irrigidire la struttura produttiva, mantenendo, da un lato, imprese “zombie” che dovrebbero essere liquidate al più presto, e allo stesso tempo, attraverso la regolamentazione e la tassazione, ostacolando l’effetto “rimbalzo” a destra dell’ipotenusa del nostro triangolo. L’intervento fiscale e normativo può fissare indefinitamente la struttura produttiva reale nella posizione BB, impedendole di rimbalzare verso la posizione AA.

Va da sé che tutti questi rapidi processi di aggiustamento e recupero richiedono un mercato del lavoro molto agile e flessibile, in cui sia possibile licenziare e ritornare ad assumere molto rapidamente e a costi minimi. Va ricordato, inoltre, che, a differenza di quanto accadde nella Grande Recessione del 2008 (e in generale dopo tutte le crisi finanziarie che seguono processi prolungati di espansione del credito), nel caso dell’attuale pandemia non si riparte da una situazione caratterizzata da sprechi generalizzati e da cattivi investimenti dei mezzi di produzione (per esempio nel settore delle costruzioni, come è successo nel 2008) che potrebbe giustificare un alto e longevo tasso di disoccupazione strutturale. Al contrario, ci troviamo in una situazione in cui è possibile riassegnare la forza lavoro e i fattori di produzione in modo sostenibile, rapido e permanente, e per questo è imprescindibile che i mercati del lavoro e dei fattori corrispondenti siano il più possibile liberi e agili.

Resta da analizzare la possibilità che si producano e si consolidino in modo definitivo certi cambiamenti nelle abitudini di consumo della popolazione, le quali richiedono modifiche permanenti nella struttura produttiva della società, nei suoi stadi d’investimento in beni di capitale. A questo scopo, bisogna sottolineare che in qualsiasi economia di mercato non interventista la struttura produttiva si adatta continuamente, in modo graduale e non traumatico, ai cambiamenti dei gusti e dei bisogni dei consumatori. E anche se bisogna riconoscere che la pandemia può provocare un’accelerazione nella scoperta e nell’adozione definitiva di certe nuove abitudini comportamentali da parte di una maggioranza di consumatori (per esempio, in relazione alla diffusione generalizzata del commercio elettronico, al maggior uso di certi mezzi di pagamento, o alla generalizzazione delle videoconferenze nel mondo degli affari e dell’istruzione, ecc. ), in pratica il loro impatto sembrerebbe esagerato, soprattutto se confrontiamo questi presunti cambiamenti radicali con quelli derivati dall’inizio del XXI secolo dalla globalizzazione degli scambi e del commercio e dalla rivoluzione tecnologica che l’ha accompagnata e resa possibile. Tutto ciò ha permesso l’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di esseri umani e l’incorporazione nei flussi di produzione di miliardi di persone (soprattutto in Asia e in Africa) che fino ad allora erano rimasti ai margini dei circuiti produttivi e commerciali di un’economia di mercato. Le forze produttive del capitalismo si sono così scatenate come mai si era visto prima nella storia dell’umanità e, nonostante il peso dell’intervento statale e della regolamentazione che ostacola e frena continuamente le ali del progresso, l’umanità ha raggiunto il grande successo sociale ed economico di raggiungere e mantenere una popolazione di 8 miliardi di esseri umani con un tenore di vita che fino a non molti decenni fa non poteva nemmeno essere concepito[8]. In questa prospettiva e in un contesto di cambiamenti molto più grandi e profondi ai quali le economie di mercato si stanno continuamente adattando senza grandi difficoltà, l’impatto a lungo termine dell’attuale pandemia dovrebbe essere giustamente minimizzato e ridimensionato e, per questa ragione, dovremmo quindi riportare la nostra analisi allo studio degli effetti a breve e medio termine dell’attuale pandemia, che per la loro maggiore vicinanza possono ora essere considerati più rilevanti.

 

Incertezza e domanda di denaro

Concluderemo questa prima parte del nostro saggio facendo riferimento all’impatto dell’incertezza generata dalla pandemia, soprattutto perché, come vedremo nell’ultima parte, ha permesso di promuovere politiche di interventismo fiscale e soprattutto monetario ancora più attiviste e che non hanno precedenti nella storia. Quest’ultime, come avremo modo di vedere più avanti, rappresentano una grande minaccia e, molto probabilmente, non mancheranno di avere gravi conseguenze quando l’attuale pandemia verrà superata.

In linea di principio, l’impatto di una pandemia sull’incertezza e, quindi, sulla domanda di denaro può oscillare tra due estremi opposti. Da un lato, c’è il caso di una pandemia così grave come la peste bubbonica a Firenze a metà del XIV secolo così ben descritta da Boccaccio (1360) nel Decameron, dove, più che incertezza, come abbiamo visto in precedenza, si produsse nella mente di una parte molto importante della popolazione la convinzione che i loro giorni fossero contati e che, quindi, la loro aspettativa di vita fosse stata drasticamente ridotta. In queste circostanze è comprensibile che la domanda di denaro crolli vertiginosamente e che perda gran parte del suo potere d’acquisto, dato che assistiamo ad un contesto in cui nessuno vuole separarsi dai beni e prestare servizi la cui produzione è crollata e che la maggior parte della gente vuole consumare al più presto.

Di maggiore interesse analitico per i nostri scopi è ora il caso di pandemie come quella attuale, che sono molto meno gravi e in cui, anche se la sopravvivenza della maggior parte della popolazione non è a rischio, c’è un’escalation di incertezza, soprattutto durante i primi mesi, riguardo l’estensione, l’evoluzione e la velocità del contagio e i suoi effetti economici e sociali. Dato che i saldi di cassa sono la quintessenza dei mezzi per far fronte all’incertezza ineliminabile del futuro, poiché permettono agli attori economici e alle economie domestiche di mantenere aperte tutte le loro opzioni e quindi adattarsi molto rapidamente e facilmente a qualsiasi circostanza futura una volta che si materializza, è comprensibile che il normale aumento dell’incertezza derivante dall’attuale pandemia sia stato accompagnato da un concomitante aumento della domanda di denaro e, quindi, a parità di altre condizioni, del suo potere di acquisto. Questo effetto può essere visualizzato (grafico numero 4) con i nostri diagrammi triangolari delle strutture produttive in termini di domanda di denaro, come un movimento uniforme a sinistra dell’ipotenusa corrispondente, nel caso in cui il tasso di preferenza temporale non si sia modificato (grafico “a”), o con movimenti a sinistra con maggiori investimenti relativi (se si accumulano saldi di cassa riducendo il consumo, grafico “b”), o con maggiori consumi relativi (se si accumula nuovo denaro vendendo beni capitali e attività finanziarie, ma non riducendo il consumo, grafico “c”):

 

 

Anche se ognuno di questi tre risultati è teoricamente possibile, è più probabile che nelle circostanze attuali si sia verificata una combinazione di essi, e, in maggior misura, delle situazioni descritte nei grafici (a) e (b). Pertanto, questi effetti si saranno sovrapposti a quelli che abbiamo già analizzato nei nostri precedenti grafici e nei quali, per renderli più facili da comprendere e analizzare separatamente, non avevamo preso in considerazione gli effetti derivati da un possibile aumento della domanda di denaro, cosa che ora abbiamo incluso nella nostra analisi. A questo proposito devono essere fatte tre importanti considerazioni sull’aumento dell’incertezza e della domanda di denaro derivante dalla pandemia.

In primo luogo, l’aumento dell’incertezza (e il concomitante aumento della domanda di denaro) è temporaneo e relativamente di breve durata, poiché tenderà ad invertirsi non appena emergeranno le aspettative di miglioramento, in altre parole non appena si inizierà a intravedere “la fine del tunnel”. Pertanto, e senza bisogno di aspettare che il periodo di superamento della pandemia (circa due anni) sia completato, ci sarà gradualmente un ritorno a livelli “normali” di incertezza, e con esso i movimenti descritti nei grafici “a”, “b” e “c” si invertiranno in direzione opposta, facendo tornare la struttura produttiva espressa in termini monetari alla sua situazione precedente, pre-pandemica.

In secondo luogo, nella misura in cui i nuovi saldi monetari si accumulano riducendo la domanda di beni di consumo (grafici “a” e “b”) – e in ogni caso questo è certo che si verifichi in relazione ai settori più colpiti dalle restrizioni alla mobilità (turismo, alberghi, ecc.)- questa minore domanda monetaria di beni di consumo tenderà a lasciare un volume significativo di beni di consumo invenduti che permetterà di far fronte sia al rallentamento della loro produzione derivato dalle inevitabili strozzature e dal confinamento in misura maggiore o minore dei loro produttori, sia alla domanda derivata dalla necessità di continuare a consumare da parte di tutti coloro che hanno smesso totalmente o parzialmente di lavorare nei primi mesi dell’impatto della pandemia. Pertanto, l’aumento della domanda di denaro gioca un ruolo importante nell’accomodare lo shock dell’offerta prodotto dal confinamento forzato sulla produzione di beni di consumo, impedendo così che i loro prezzi relativi salgano alle stelle a grande scapito dei più ampi strati della popolazione.

In terzo e ultimo luogo, bisogna notare che l’incertezza può aumentare ancora di più di quanto abbia fatto da sé la pandemia, e persino essere prolungata oltre lo stretto necessario, a causa dell’interventismo monetario, fiscale e tributario dei governi e delle banche centrali. Senza dubbio e come vedremo più in dettaglio nella terza sezione, quest’ultimi possono generare un ulteriore clima di sfiducia negli affari ostacolando, in definitiva, la rapida ripresa del mercato e il ritorno alla normalità. In quest’ ottica, potrebbe persino riprodursi il processo di feedback perverso che ho studiato in dettaglio nel mio saggio su “La Nipponizazzione dell’Unione Europea”[9], in cui la massiccia iniezione di offerta di denaro e la riduzione dei tassi di interesse a zero da parte delle banche centrali non riesce a produrre degli effetti apprezzabili sull’economia. Tale politica monetaria, al contrario, tende ad essere auto-frustante, giacché viene sterilizzata da un aumento simultaneo della domanda di denaro, a sua volta derivato dal costo opportunità zero di mantenere liquidità, e soprattutto, dovuto all’ulteriore aumento dell’incertezza che viene generato dalle politiche di maggiore regolamentazione economica, di blocco delle riforme strutturali in corso, di aumento delle tasse, di interventismo e di caos fiscale e monetario.

 

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[1] L’autore di queste righe ricorderà sempre il racconto del suo amico Arthur Seldon su come perse i suoi genitori. Seldon, dopo essersi laureato alla London School of Economics, fu, insieme a Lord Harris of High Cross, il primo direttore generale dell’Institute of Economic Affairs (IEA) di Londra, un illustre membro della Mont Pelerin Society e un grande poligrafo e sostenitore dell’economia di mercato. Entrambi i suoi genitori morirono all’età di trent’anni quando lui era un ragazzo molto giovane, a causa dell’influenza spagnola, e in un breve intervallo di tempo. Arthur Seldon rimase quindi orfano all’età di due anni e fu adottato da altri genitori. Nel corso degli anni Seldon riuscì a superare questa esperienza traumatica, che, tuttavia, gli lasciò una balbuzie che non lo avrebbe abbandonato per il resto della sua vita, e nonostante la quale divenne uno dei più brillanti economisti del Regno Unito, ispirando in gran parte la rivoluzione conservatrice di Margaret Thatcher iniziata alla fine degli anni settanta del secolo scorso. Vedi Arthur Seldon, Capitalismo, Unión Editorial, Madrid 1994, specialmente le pagine 58 e 77.

[2] Si veda, per esempio, Murray N. Rothbard, La Grande Depressione, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006.

[3] Si veda, per esempio, il caso di Carlo Maria Cipolla, commentando gli effetti della peste nera del XIV secolo nel suo libro Il governo della moneta a Firenze e a Milano nei secoli XIV-XVI, Bologna 1990, pp. 147-150 e la mia critica a Cipolla in Jesús Huerta de Soto, Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012, pp. 86-87 e specialmente la nota 56. La paranoia distruttrice, tuttavia, raggiunge il suo apice con Paul Krugman che è arrivato ad affermare nel suo articolo “Oh! Che bella guerra” pubblicato nel 2011 che “la Seconda Guerra Mondiale è il grande esperimento naturale sugli effetti di un grande aumento della spesa pubblica, e come tale è sempre servita come un importante esempio positivo (!) per tutti coloro che sostengono un atteggiamento attivista di fronte a un’economia depressa”. Citato da J.R. Rallo nel suo prologo a Murray N. Rothbard, La Gran Depresión, Unión Editorial, Madrid 2013, pp. XXVI-XXVII.

[4]. “Per la qual cosa essi, cosi nelli loro costumi come i cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d’aiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno.” G. Boccaccio, Il Decameron, UTET, Torino 1956, Prima Giornata, p. 12. Si vedano, inoltre, i miei commenti alle osservazioni dell’economista John Hicks sull’argomento (Capital and Time: A Neo-Austrian Theory, Clarendon, Oxford 1973, pp. 12-13) inclusi in Jesús Huerta de Soto, Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012, pp. 87 e 315.

[5] Ibidem, pp. 314-315.

[6] A parte, naturalmente, quelli che esistevano già prima della pandemia e che erano in attesa di liquidazione o riconversione.

[7] Nella cosiddetta “influenza spagnola” questo periodo fu di poco più di due anni. Nell’attuale pandemia di COVID-19, e nonostante i vaccini, crediamo che questa seconda fase avrà una durata simile, se non qualche mese in meno.

[8] Tra i vari studi sul tema, si veda, ad esempio, quello di Hans Rosling, Factfulness, Sceptre, London 2018.

[9] Jesús Huerta de Soto, “La Nipponizazzione dell’Unione Europea”, appendice in Francesco Carbone, A Scuola di Economia, Usemlab ed. 2, 2020, pp. 329-350.