Introduzione

Tradizionalmente, i teorici della Scuola Austriaca hanno prestato particolare attenzione ai cicli ricorrenti di boom e recessione che colpiscono le nostre economie, così come allo studio dei cambiamenti nella struttura di beni di capitale che li caratterizza. La teoria del ciclo economico rappresenta senza dubbio uno dei contributi analitici maggiormente elaborati della Scuola Austriaca. Ha potuto spiegare come i processi di espansione del credito, guidati e orchestrati dalle banche centrali, ed eseguiti dal settore bancario privato che agisce in regime di riserva frazionaria, creando denaro dal nulla sotto forma di depositi che successivamente inietta nel sistema attraverso prestiti alle imprese e agli agenti economici senza che si fosse prodotto in precedenza un aumento reale del risparmio volontario, inducano ad errori sistematici di investimento che danno luogo ad una struttura produttiva insostenibile. Quest’ultima, infatti, viene artificialmente spinta verso molteplici progetti troppo intensivi in capitale, che possono maturare solo in un futuro più lontano, ma che purtroppo non possono essere completati perché gli agenti economici non sono disposti a sostenerli sacrificando il loro consumo immediato (ovvero risparmiando) nella misura richiesta. Per questo motivo, sorgono inevitabilmente processi di reversione che rivelano gli errori di investimento commessi e la necessità di riconoscerli, abbandonare i progetti insostenibili e ristrutturare l’economia trasferendo massicciamente i fattori di produzione (beni capitali e lavoro) da dove sono stati erroneamente impiegati a nuovi progetti meno ambiziosi ma veramente redditizi. La ricorrenza del fenomeno ciclico può essere spiegata sia dalla natura essenzialmente instabile del sistema bancario con riserva frazionaria come principale fornitore di denaro sotto forma di espansione del credito, sia dal diffuso pregiudizio inflazionistico di teorici, politici, agenti economici e sociali e, soprattutto, banche centrali, che considerano la prosperità economica un obiettivo da perseguire a breve termine e ad ogni costo, e che l’iniezione monetaria e creditizia è uno strumento di cui non si può mai fare a meno. Ecco perché, una volta che la ripresa è in corso, prima o poi le vecchie tentazioni ricadranno, le politiche che hanno fallito più volte saranno razionalizzate, e l’intero processo di espansione, crisi e recessione ricomincerà.

Sebbene gli economisti austriaci abbiano proposto e spiegato quali riforme sarebbero necessarie per porre fine ai cicli economici ricorrenti (fondamentalmente l’eliminazione delle banche centrali, la privatizzazione del denaro – ritorno al gold standard – e l’assoggettamento delle banche private ai principi generali del diritto – il che implica una riserva di cassa del 100 per cento sui depositi a vista ed equivalenti) hanno sempre fatto l’avvertenza che queste riforme non possono prevenire l’emergere di crisi economiche occasionali e non ricorrenti, sempre quando, ad esempio, a causa di guerre, gravi sconvolgimenti politici e sociali, cataclismi naturali o pandemie, si assiste ad un grande aumento dell’incertezza con improvvisi cambiamenti nella domanda di denaro e, alla fine, nel tasso sociale di preferenza temporale tale da indurre, addirittura, cambiamenti permanenti negli stadi intensivi di capitale della struttura produttiva.

In questo saggio analizzeremo fino a che punto una pandemia come quella attuale, che si è ripetuta in numerose occasioni nel corso della storia umana, può scatenare questi ed altri effetti economici, e fino a che punto l’intervento coercitivo degli stati può alleviare i problemi o se, al contrario, può essere controproducente, aggravandoli e rendendoli ancor più duraturi. La nostra analisi si concentrerà sullo studio, nella prima parte, del possibile impatto della pandemia sulla struttura produttiva. Successivamente, nella seconda parte, partiremo dal funzionamento dell’ordine spontaneo del mercato che si sostiene e si espande grazie all’efficienza dinamica di un’imprenditoria libera e creativa e che si dedica, in modo decentralizzato, a rilevare le sfide e i problemi generati da una pandemia. Per contrasto e opposizione, analizzeremo il problema dell’impossibilità del calcolo economico e dell’allocazione efficiente delle risorse quando si pretende che le decisioni circa l’economia e la società siano prese ed imposte dall’alto a livello politico, ovvero in modo centralizzato e utilizzando il potere coercitivo e sistematico dello Stato. Nella terza e ultima parte di questo lavoro, studieremo il caso particolare del massiccio intervento sui mercati monetari e finanziari da parte dei governi e, soprattutto, delle banche centrali, attraverso il quale cercano di far fronte alla pandemia e di palliare i suoi effetti. Ci soffermeremo con particolare attenzione sulle simultanee politiche governative di carattere fiscale e aumento della spesa pubblica che, con il pretesto della stasi economica, vengono presentate come la panacea e il rimedio universale ai mali che ci affliggono.