Pandemie: burocrazia e coercizione governativa sistematica contro il coordinamento sociale spontaneo

Il teorema dell’impossibilità del socialismo e la sua applicazione alla crisi attuale

La reazione dei diversi governi e delle autorità pubbliche nel mondo (e specialmente in Spagna ed Italia) di fronte all’apparizione e all’evoluzione della pandemia COVID-19, le misure di intervento che hanno successivamente adottato e il monitoraggio dei loro effetti, costituiscono un’opportunità unica per qualsiasi economista che voglia confermare, verificare e applicare in un caso storico molto vicino e rilevante per noi, il contenuto essenziale e le principali implicazioni del “Teorema dell’impossibilità del socialismo” articolato per la prima volta da Ludwig von Mises nel 1920[10]. È vero che il crollo dell’ex Unione Sovietica e del socialismo reale, così come la crisi del Welfare State, avevano già sufficientemente illustrato il trionfo dell’analisi degli economisti della Scuola Austriaca nel dibattito storico sull’impossibilità del socialismo. Tuttavia, il tragico scoppio della pandemia COVID-19 ci ha offerto un altro esempio reale, in questo caso molto più concreto e vicino a noi, che illustra e conferma in modo eccellente ciò che la teoria aveva già indicato, cioè che è teoricamente impossibile per un pianificatore centrale dare un contenuto coordinatore ai suoi mandati, per quanto necessari questi possano sembrare, per quanto nobile sia l’obiettivo perseguito o per quanta buona fede e sforzo siano stati messi nel realizzarli[11].

Dato l’impatto mondiale dell’attuale pandemia, che ha colpito tutti i paesi indipendentemente dalla loro tradizione, cultura, livello economico e sistema politico, è evidente la piena applicabilità del teorema scoperto da Mises a qualsiasi misura coercitiva di intervento statale, motivo per cui viene generalizzato come “Teorema dell’impossibilità dello Statalismo”. È vero che ci sono state e continuano ad esservi notevoli differenze nelle misure di interventismo attuate dai diversi governi. Tuttavia, anche se la gestione di alcuni governi può essere stata migliore di altri, in realtà le differenze sono state più di grado che di classe, poiché i governi non possono dissociarsi dall’essenza aggressiva-coercitiva che portano nel loro DNA, essendo questa la loro caratteristica più intima, e quando la esercitano, e precisamente nella misura in cui la esercitano, tutti gli effetti negativi previsti dalla teoria sorgono e si riproducono inevitabilmente. Non si tratta perciò del fatto che alcuni governanti siano più inetti di altri (il che è senza dubbio il caso della Spagna[12]), ma che tutti sono destinati a fallire quando insistono nel voler, a tutti costi, coordinare la società usando il loro potere centralizzato e i loro mandati coercitivi. E questo è forse il messaggio più importante che la teoria economica dovrebbe trasmettere alla popolazione: che i problemi nascono inevitabilmente dall’esercizio del potere coercitivo e monopolistico degli stati, indipendentemente dal fatto che il politico di turno possa agire meglio o peggio.

Sebbene la nostra analisi su gli effetti economici delle pandemie sia di carattere generale, in questa sezione ci concentreremo, quasi esclusivamente, sulle implicazioni dell’attuale pandemia dinanzi al “Teorema dell’impossibilità dello Statalismo-Socialismo”. Questo è così, non solo per la vicinanza cronologica e personale dei fatti per qualsiasi lettore attuale, ma anche perché i modelli di intervento realizzati in altre pandemie sono molto lontani da noi nella storia, e sebbene sia possibile identificare molti dei fenomeni a cui abbiamo assistito recentemente (per esempio, la manipolazione delle informazioni degli stati alleati durante la pandemia d’influenza del 1918, erroneamente chiamata “spagnola” per questa ragione), il loro valore aggiunto come illustrazione dell’analisi teorica è, oggigiorno, senza dubbio più ridotto.

Come spiego in dettaglio nel mio libro Socialismo, Calcolo Economico ed Imprenditorialità e specialmente nel capitolo III, che viene qui sinteticamente riprodotto[13], la scienza economica ha dimostrato che è teoricamente impossibile che lo Stato funzioni in modo dinamicamente efficiente, poiché si trova sempre in una situazione di ignoranza inestirpabile, il che gli preclude di poter dare un contenuto coordinatore ai suoi decreti. E questo è fondamentalmente dovuto alle seguenti quattro ragioni, che elenchiamo qui sotto dalla meno alla più importante:

In primo luogo, dato l’immenso volume di informazioni e conoscenze che richiede, non solo di natura tecnica o scientifica, ma, soprattutto, circa un’infinità di circostanze personali e particolari di tempo e di luogo (conoscenze “pratiche”); in secondo luogo, dato il carattere essenzialmente soggettivo, tacito, pratico e inarticolabile di tale informazione o conoscenza, che, per tanto, non la rende trasferibili all’organo centrale di decisione e pianificazione statale; in terzo luogo, perché questa conoscenza o informazione non è né data né statica, ma, al contrario, cambia continuamente come conseguenza dell’innata capacità creativa dell’essere umano di scoprire nuovi fini e nuovi mezzi e della continua mutazione delle circostanze che lo circondano. Questo fatto produce un effetto doppio sulle autorità: in primis nell’intervenire arrivano, per forza di cose, sempre in ritardo, perché quando digeriscono le scarse e parziali informazioni che ricevono, queste risultano già obsolete; in aggiunta, non riescono ad azzeccare i loro decreti per il futuro, perché il successo di questi dipende da informazioni pratiche che non si possiedono, poiché non sono state ancora create. E, come abbiamo visto, al quarto e ultimo posto, non possiamo dimenticarci che lo Stato è per sua natura coercitivo (la coercizione sistematica è la sua caratteristica più intima) e, pertanto, quando i suoi decreti si impongono con la forza in qualsiasi trama sociale, ostacola e addirittura blocca la funzione imprenditoriale e, di conseguenza, la creazione e l’emergere delle conoscenze o informazioni pratiche di cui proprio lo Stato avrebbe disperatamente bisogno per agire razionalmente e dare un contenuto coordinatore ai suoi decreti. Ora possiamo capire il grande paradosso dell’interventismo statalista[14], poiché esso tende invariabilmente a produrre risultati contrari a quelli che intende raggiungere. Così, in modo tipico e generalizzato, sorgono ovunque gli squilibri e la mancanza di coordinamento, le azioni sistematicamente irresponsabili delle autorità (che non si rendono nemmeno conto di quanto siano cieche rispetto alle informazioni che non possiedono e ai costi reali che sostengono con le loro decisioni), la continua generazione di carenze, la penuria e la scarsa qualità delle risorse che cercano di mobilitare e controllare, la manipolazione delle informazioni per rafforzarsi politicamente e la corruzione dei principi essenziali dello Stato di diritto. L’emergere di tutti questi fenomeni è stato osservato in modo successivo, concatenato e inevitabile da quando è apparsa la pandemia e lo Stato si è mobilitato per combatterla e non sono, ripetiamo, il risultato di una cattiva pratica dei manager pubblici, bensì inerenti al sistema stesso, basato sull’uso organizzato, metodico e sistematico della coercizione per pianificare e cercare di risolvere i problemi sociali.

Alla luce dell’analisi teorica che stiamo presentando sull’impossibilità dello statalismo, consiglio al lettore di leggere in dettaglio il lavoro di ricerca elaborato da José Manuel Romero e Oriol Güell con il titolo “Il libro bianco della pandemia”[15]. Praticamente tutte le carenze e le inadeguatezze dello statalismo vengono illustrate passo dopo passo, anche se gli autori, giornalisti di professione, pensano ingenuamente che la loro descrizione dei fatti servirà ad evitare che gli stessi errori vengano commessi in futuro, e non riescono a capire che la loro origine, più che in errori politici o di gestione, si trova nella logica stessa del sistema di regolamentazione, pianificazione e coercizione statale che genera sempre, in un modo o nell’altro, mancanza di coordinamento, inefficienza e ingiustizia. Possiamo nella fattispecie fare riferimento alla cronologia degli eventi perfettamente descritta dagli autori, e le preziose settimane che sono state perse quando, già a partire dal 13 febbraio 2020, i medici dell’ospedale pubblico di Valencia Arnau de Vilanova hanno lottato, senza successo, per ottenere dalle autorità sanitarie della Comunità (e dello Stato) l’autorizzazione di testare i campioni che avevano preso da un paziente di 69 anni che era morto con sintomi simili al Covid-19. Ma si sono scontrati con la dura realtà: gli organi centrali di pianificazione sanitaria competenti (Ministero della Salute di Madrid e Ministero Regionale della Salute della Comunità Autonoma) hanno ripetutamente rifiutato l’autorizzazione perché il sospetto paziente (che molte settimane dopo è stato effettivamente dimostrato essere morto di Covid) non soddisfaceva le condizioni che erano state precedentemente (il 24 gennaio) stabilite dalle autorità, vale a dire: aver viaggiato a Wuhan nei 14 giorni precedenti la comparsa dei sintomi o essere stato in contatto con persone diagnosticate con Covid 19. Ovviamente, in un sistema decentralizzato di libera impresa e che non ostacola l’iniziativa e la creatività degli attori coinvolti, non si sarebbe verificato un simile abbaglio, e per questa ragione si sarebbero guadagnate settimane fondamentali e arrivati con anticipo alla conoscenza del fatto che il virus stava già circolando liberamente in Spagna, oltreché di misure per prevenire e combattere la pandemia (per esempio, sarebbe stato possibile annullare, tra le altre cose, le manifestazioni femministe dell’8 marzo).

L’eccellente libro di Mikel Buesa, che abbiamo già menzionato[16], è anche molto notevole quando tratta di esporre (specialmente alle pagine 118 e seguenti) la litania di errori, mancanza di coordinamento, corruzione, manipolazione delle informazioni, violazione dei diritti e bugie che inevitabilmente e naturalmente sono sorte dall’attività dei diversi livelli dello Stato quando si è trattato di affrontare la pandemia. Viene riportato, per esempio, come “gli ordini di sequestro delle attrezzature mediche furono interpretati, logicamente, dai fabbricanti spagnoli come un attacco alla loro economia aziendale, portando a un blocco della produzione e delle importazioni” (p. 109), proprio nel momento in cui era più urgente proteggere dal contagio i medici e il personale sanitario, che affrontavano ogni giorno il loro lavoro senza i necessari mezzi di protezione. Inoltre, si apprende come le requisizioni avvenute in dogana per ordine dello Stato, fecero perdere ordini di milioni di maschere. I fornitori corrispondenti, infatti, per paura che il governo sequestrasse la loro merce, preferirono inviarle ad altri clienti (ibidem). O il caso, uno tra tanti altri, del fabbricante galiziano che dovette paralizzare il suo materiale in un magazzino, per ordine dello Stato, senza che nessuno lo reclamasse (pp. 110-111). O la vicenda delle imprese spagnole specializzate nella fabbricazione di test PCR, le cui scorte e la cui produzione è finita per esser controllata dallo Stato, per cui non potevano fabbricare più di 60.000 PCR al giorno ne tantomeno soddisfare la domanda interna ed estera (p. 119); e questo è stato aggravato dal collo di bottiglia derivante dall’inesistenza di tamponi per l’estrazione di campioni, che si sarebbe potuto risolvere immediatamente se i produttori spagnoli fossero stati liberi di produrre ed operare (p. 114). O la carenza generalizzata di mascherine, gel disinfettanti e guanti in nitrile sul mercato come risultato della regolamentazione statale e dei prezzi calmierati, il tutto durante i mesi di massima diffusione del virus (p. 116)[17]. O come, su 971 milioni di unità di prodotti diversi (mascherine, guanti, camici, dispositivi di ventilazione e diagnostica, ecc. ecc.) che erano stati acquistati a partire da marzo, al mese di settembre risultavano esser stati distribuiti solo 226 milioni, mentre il resto era rimasto immagazzinato in molteplici magazzini industriali (p. 118). E così via, in un rosario senza fine che sembra più una descrizione delle inefficienze sistematiche della produzione e della distribuzione nell’ex Unione Sovietica durante il secolo scorso e che ha portato al crollo definitivo del regime comunista dopo il 1989[18]. E ripetiamo, tutto questo è dovuto, non alla mancanza di lavoro, di gestione e anche di buona fede dei nostri governanti, ma, principalmente, alla loro mancanza della più elementare conoscenza dell’economia (e questo malgrado avere a capo del governo professori di filosofia e persino “dottori” nella nostra disciplina). Quindi non dovrebbe sorprendere che in un momento di massima urgenza e gravità essi scommettano, come fanno sempre i governanti, perché questo è precisamente il loro ruolo o la loro funzione nel quadro statale, sulla coercizione, la regolamentazione, la confisca, ecc., invece che sulla libertà di impresa, di produzione e di distribuzione, e sul sostegno, invece che sull’ostacolo, dell’iniziativa privata e del libero esercizio dell’imprenditorialità.

 

Altri effetti collaterali dello Statalismo previsti dalla teoria

Oltre agli effetti di base di squilibrio, mancanza di coordinamento, irresponsabilità e mancanza di calcolo economico, lo Statalismo genera tutta una serie di ulteriori effetti negativi che possono essere studiati anch’essi nella parte finale del capitolo III del mio libro sul Socialismo[19]. Così, un’altra caratteristica tipica dello Statalismo e delle autorità che lo incarnano è il loro tentativo di approfittare delle crisi, in questo caso quella creata dalla pandemia, non solo per mantenere ma, soprattutto, per aumentare ulteriormente il loro potere, utilizzando la propaganda politica per manipolare e persino ingannare sistematicamente i cittadini a tal fine[20]. Per esempio, e sin dalla comparsa della pandemia, le autorità cinesi, hanno prima cercato di nascondere il problema, perseguitando e molestando i medici che lo avevano denunciato, e poi hanno intrapreso una palese campagna di riduzione del numero di morti, occultamento e mancanza di trasparenza che è durata almeno fino ad oggi, perché in questo momento (gennaio 2021), cioè più di un anno dopo la comparsa della pandemia, il governo cinese non ha ancora permesso alla commissione internazionale organizzata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’acceso nel loro paese per indagare in modo indipendente la vera origine della pandemia.

Nel caso dello Stato spagnolo, i suddetti lavori hanno documentato molteplici menzogne lanciate deliberatamente e sistematicamente sotto forma di propaganda politica per manipolare e ingannare il pubblico, in modo che non potesse apprezzare il vero costo della gestione del governo. Tra questi, per la loro importanza, evidenziamo i seguenti: in primo luogo, il numero reale di morti (secondo Mikel Buesa solo il 56,4% di un totale ad oggi vicino ai 90.000 sono stati segnalati -p. 76-); secondo, il numero totale dei realmente contagiati (a seconda del momento tra cinque e dieci volte di più dei casi segnalati); e terzo, i dati falsi, gonfiati del 50 per cento, deliberatamente forniti dal governo al Financial Times alla fine di marzo 2020, sul numero di test PCR eseguiti (355.000 invece dei 235.000 reali) e poi utilizzati pubblicamente dal governo stesso per vantarsi di essere uno dei paesi con più test eseguiti (ad esempio, p. 113 del libro di Buesa).

Bisogna tener presente che gli Stati in generale, e i loro governi in particolare, si concentrano sempre sul raggiungimento dei loro obiettivi in modo estensivo e volontaristico[21]. Estensivo perché pretendono che si raggiungano i fini proposti con la sola volontà coercitiva che si incarna nei loro mandati e nei loro regolamenti. Estensivo, in quanto il raggiungimento degli obiettivi perseguiti viene valutato solo sulla base dei parametri più facilmente misurabili, in questo caso il numero di morti che, curiosamente, come abbiamo visto sono stati ridotti nelle statistiche ufficiali di quasi la metà. E per quanto riguarda la prostituzione del diritto e della giustizia, anch’essa una tipica conseguenza collaterale del socialismo[22], Buesa documenta in dettaglio l’abuso di potere e l’uso maldestro e incostituzionale dello Stato di Allarme, quando ciò che sarebbe stato appropriato era la dichiarazione di uno Stato di Emergenza, con tutte le garanzie di controllo previste dalla Costituzione. La dichiarazione incostituzionale dello stato di allarme ha disatteso così sia il cosiddetto “Stato di Diritto” che il contenuto essenziale della Costituzione (Buesa, pp. 96-108 e 122).

La dipendenza e la complicità nei confronti dello Stato di tutto un corifeo di scienziati, “esperti” e intellettuali, dipendenti dal potere politico e dediti a dare un presunto appoggio scientifico a tutte le decisioni che ne derivano, utilizzando così l’aura della scienza per lasciare la società civile disarmata e indifesa, merita una speciale attenzione. Va ricordato, infatti, che la “ingegneria sociale” o il socialismo scientifico è una delle manifestazioni più tipiche e perverse dello statalismo perché, da un lato, pretende di giustificare che gli esperti, a causa del loro presunto livello superiore di formazione e conoscenza, siano legittimati a dirigere le nostre vite e, dall’altro, pretende bloccare qualsiasi reclamo o opposizione, portando semplicemente il presunto supporto della scienza. In breve, i governi vorrebbero farci credere che, in virtù della presunta maggiore conoscenza e superiorità intellettuale dei loro consulenti scientifici rispetto al resto dei cittadini comuni, sono legittimati a modellare la società come vogliono per mezzo di mandati coercitivi. Altrove[23] ho fatto riferimento alla litania di errori in cui cade questa “abbuffata di potere” alimentata dall’arroganza fatale degli “esperti” e dei tecnici, e che ha la sua origine nell’errore fondamentale di pensare che l’informazione pratica, dispersa, creata e trasmessa costantemente dagli attori del processo sociale possa essere conosciuta, articolata, immagazzinata e analizzata in modo centralizzato attraverso mezzi scientifici, cosa teoricamente e praticamente impossibile[24].

 

Pandemie: società libera ed economia di mercato

Non si può sapere a priori come una società libera, non vincolata dalla coercizione sistematica dell’interventismo statale, affronterebbe una pandemia così grave come quella attuale e che senza dubbio avrebbe, anche in uno scenario simile, un profondo impatto in termini economici e sanitari. Tuttavia, è chiaro che la reazione del corpo sociale sarebbe basata sulla creatività imprenditoriale e i problemi che man mano si presentano e vengono rilevati verrebbero risolti in maniera dinamica ed efficiente. Ed è proprio questo impeto di creatività imprenditoriale che ci impedisce di conoscere il dettaglio delle soluzioni che verrebbero adottate, poiché l’informazione imprenditoriale che non è stata ancora creata per via della coercizione statale monopolista che lo impedisce non può essere oggi conosciuta. D’altro canto, però, questa creatività imprenditoriale ci dà la certezza che i problemi tenderebbero ad essere individuati e risolti in modo molto agile ed efficiente[25]. Vale a dire, come abbiamo analizzato, proprio il contrario di quello che succede con lo Stato e l’azione combinata dei suoi politici e burocrati, indipendentemente dalla buona fede e dal lavoro che mettano nei loro sforzi. E mentre non possiamo nemmeno immaginare l’enorme varietà, ricchezza e ingegnosità che si mobiliterebbe per affrontare i problemi derivanti da una pandemia in una società libera, abbiamo molteplici indizi che ci permettono di avere un’idea, sebbene approssimativa, dello scenario completamente diverso che emergerebbe in un ambiente non atrofizzato dallo Stato[26].

Per esempio, in opposizione ai lockdown assoluti e onnicomprensivi -e alla concomitante chiusura economica forzata- (che ha avuto origine, non bisogna dimenticarlo, nientemeno che nella Cina comunista), in una società libera prevarrebbero misure molto più decentrate di tipo disaggregato e “micro”, come le quarantene selettive a livello di complessi residenziali (privati), quartieri, comunità, aziende, residenze, ecc. Di fronte alla censura nelle settimane chiave dell’inizio della pandemia (e alla persecuzione di coloro che la scoprivano), l’informazione filtrerebbe liberamente e con enorme velocità. Di fronte alla lentezza e alla goffaggine nel controllare e testare coloro che potevano essere contagiati, fin dall’inizio, gli uomini d’affari e i proprietari di ospedali, residenze, aeroporti, stazioni, mezzi di trasporto, ecc. per il loro interesse e quello dei loro clienti, introdurrebbero queste misure di controllo immediatamente e con grande agilità. Tranne che in momenti molto specifici, in una società e in un mercato liberi non ci sarebbero problemi seri di carenze o strozzature. L’uso delle mascherine, quando mezzo mondo le ha usate con buoni risultati, non verrebbe scoraggiato né, al tempo stesso, verrebbe imposto ovunque e in modo folle come oggi. L’ingegno imprenditoriale si concentrerebbe nel testare, scoprire e creare nuove soluzioni, in modo policentrico e competitivo; ovvero l’opposto di quello che avviene nella situazione attuale dove la pianificazione centrale e monopolistica dello Stato blocca e intorpidisce la maggior parte del potenziale creativo dell’umanità[27]. Per non parlare dell’enorme vantaggio e differenza in materia di ricerca e scoperta di rimedi e vaccini che hanno l’iniziativa individuale e l’impresa privata, una cosa evidente a tutti dato che nelle circostanze attuali gli Stati sono stati costretti a ricorrervi per procurarseli rapidamente, visto il clamoroso fallimento dei loro roboanti e ben finanziati istituti di ricerca pubblici nell’offrire soluzioni tempestive ed efficaci[28]. E lo stesso si potrebbe dire della maggiore agilità ed efficienza delle reti sanitarie private (compagnie di assicurazione sanitaria, ospedali privati, istituzioni religiose, fondazioni di ogni tipo, ecc. ), con la possibilità aggiuntiva di estendersi con molta più elasticità e velocità in tempi di crisi (va ricordato, a titolo di esempio, che curiosamente, in Spagna, quasi l’80 per cento dei propri funzionari statali, compreso il vicepresidente del governo socialista, sceglie liberamente la sanità privata rispetto a quella pubblica, e senza che questa opzione venga ingiustamente concessa al resto dei loro concittadini spagnoli, almeno un quarto di loro ha assunto il sacrificio che comporta il costo aggiuntivo di assumere una polizza sanitaria privata). E così via, e così via[29].

 

Servilismo e obbedienza dei cittadini

Come conclusione di questa sezione, forse dovremmo chiederci per quale ragione, nonostante tutte le inadeguatezze, le carenze e le contraddizioni inerenti alla gestione dello Stato rivelate dall’analisi economica[30], la maggioranza dei cittadini, sedotti dai loro politici e dalle autorità pubbliche, continuano ad obbedire con tanta rassegnazione quanta disciplina. Fin dal suo Discorso sulla Servitù Volontaria apparso nel 1574, Etienne de la Boétie[31] identificò quattro fattori che spiegano il servilismo dei cittadini verso i governanti e le autorità, che sono tutt’ora molto attuali: la consuetudine di obbedire a qualcuno che, seppur di origine tribale e familiare, viene estrapolata a livello di tutta la società; la perenne auto-rappresentazione del potere politico con un’etichetta “sacra” (nomina divina in passato, sovranità popolare e sostegno democratico oggi) che legittimerebbe il presunto obbligo di obbedienza; la costante creazione di un vasto gruppo di sostenitori incondizionati (un tempo “guardie pretoriane”, oggi esperti, funzionari, ecc. ) che dipendono dal potere politico per sussistere e sostenerlo continuamente; l’acquisto, infine, del sostegno popolare attraverso la continua concessione di sussidi (prima rendite e premi, oggi, per esempio, benefici dell’auto-interessatamente chiamato “Welfare State”), che rendono i cittadini progressivamente e irreversibilmente dipendenti dal potere politico. Se a questo aggiungiamo la paura (incitata dallo Stato stesso) che genera la supplica, da parte del popolo al sovrano, di agire e fare qualcosa, soprattutto in tempi di grave crisi (guerre, pandemie), possiamo spiegare la crescita e il consolidamento del comportamento servile da parte dei cittadini, soprattutto in questo tipo di situazione. Ma se approfondiamo la questione in termini teorici e filosofici, risulta apparente la mancanza di legittimità morale ed etica dell’autorità speciale che viene attribuita allo Stato. Di recente questo è stato dimostrato da molti studiosi e, in particolare, da Michael Huemer nel suo libro intitolato Il problema dell’autorità politica[32]. Ovviamente non possiamo qui sviluppare questo grave problema che è alla base, senza alcun dubbio, della principale crisi sociale del nostro tempo (e, in un certo senso, di tutti i tempi). Tuttavia, nel contesto dell’analisi economica delle pandemie che stiamo realizzando, quello che possiamo vedere è che c’è un “virus” ancora più letale dell’attuale pandemia, e questo non è altro che lo statalismo “che infetta l’anima umana e che ha infettato tutti”[33].

 

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[10] Ludwig von Mises, “Die Wirtschaftsrechnung im sozialistischen Gemeinwesen”, Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, nº 47, 1920, pp. 86-121.

[11] Un’altra illustrazione storica concreta, in questo caso avvenuta dall’altra parte della cortina di ferro durante gli ultimi anni del comunismo sovietico, è stata l’esplosione della centrale atomica di Chernobyl il 26 aprile 1986, che ha dato origine a fiumi di inchiostro nei commenti e nelle analisi, e il cui contesto e le principali vicissitudini sono mirabilmente esposte nella serie Chernobyl prodotta e distribuita in cinque episodi da HBO-SKY a partire dal 2019, e che è diventata la miniserie televisiva più apprezzata della storia.

[12] Si consulti, per esempio, il libro di Mikel Buesa, Abuso, de poder: el coronavirus en España. Incompetencia y fracaso en la gestión de la crisis, Marcial Pons, Madrid 2020.

[13] Jesús Huerta de Soto, Socialismo, Calcolo Economico e Imprenditorialità, Solfanelli, Chieti 2012, pp. 89-158.

[14] “Si verifica, quindi, il paradosso senza soluzione che, quanto più l’organo direttivo si impegna a pianificare o a controllare una determinata area della vita sociale, meno possibilità avrà di raggiungere i propri obiettivi, per il fatto di non poter in nessun modo ottenere tutta l’informazione necessaria per organizzare in modo coordinato la società. Inoltre, in tal modo, contribuirà a creare nuove e più importanti distorsioni, proprio nella misura in cui la coercizione sarà esercitata nella forma più efficace, limitando in questo modo la capacità imprenditoriale degli esseri umani”, Ibidem, p. 106.

[15] Pubblicato in diversi numeri dal quotidiano spagnolo El País, 14 e 21 giugno 2020.

[16] Mikel Buesa, Abuso di potere: il coronavirus in Spagna. Incompetenza e fallimento nella gestione delle crisi, ob. cit. Il professor Buesa, tuttavia, enfatizza l’incompetenza dei politici piuttosto che il sistema stesso come causa degli errori, e nella parte finale del suo altrimenti eccellente lavoro, tranne che in relazione al mercato del lavoro, propone per migliorare la gestione delle cose ed uscire dalla crisi, delle politiche di stato ancor più attiviste (!). Tutto questo lasciando da parte l’errata interpretazione keynesiana che ne fa a p. 203.

[17] Come è noto, i prezzi calmierati generano scarsità, carenze e mercati neri. Nella situazione in cui c’è un bisogno urgente di un determinato prodotto (per esempio, come abbiamo visto, nel caso delle mascherine per il viso), l’unica politica sensata è quella di liberalizzare i prezzi in modo che questi aumentino quanto necessario per incoraggiare una produzione massiva che permette di soddisfare la domanda e risolvere il problema di fondo. L’esperienza, infatti, mostra che molto presto i prezzi tornano al loro livello precedente (in ogni caso, molto prima che si raggiunga il necessario aumento della produzione attraverso i canali pubblici, che sempre, a differenza di quanto accade in un libero mercato, arriva tardi, a spizzichi e bocconi e con una qualità molto bassa). L’argomento, quindi, che i prezzi alti non sono equi, non ha senso perché l’alternativa è molto peggiore: carenze molto più prolungate, mercato nero e bassa qualità; se vogliamo garantire che i più svantaggiati possano acquistare mascherine a prezzi bassi e il più presto possibile, dobbiamo permettere al prezzo di salire, fin dall’inizio, tanto quanto viene richiesto dal mercato.

[18] Mentre scriviamo, tutti questi problemi che abbiamo visto si stanno ripetendo nel processo lento e scoordinato (anch’esso monopolizzato dai poteri pubblici con totale esclusione dell’iniziativa privata) in relazione alla distribuzione e somministrazione dei vaccini Covid-19 a tutta la popolazione che risiede all’interno dell’unione europea. Si veda a tal proposito l’interessante articolo di Hans-Werner Sinn, “Europe’s Vaccinating Debacle”, Project Syndicate, Gennaio 18 2021.

[19] Jesús Huerta de Soto, Socialismo, Calcolo Economico ed Imprenditorialità, ob. cit., pp. 113-138.

[20] “Tutti i sistemi socialisti tenderanno ad abusare della propaganda di tipo politico, in cui si cerca sempre di dare una versione idillica degli effetti dei decreti dell’organismo direttore sul processor sociale, risaltando in special modo quanto negative sarebbero le conseguenze sociali se tali interventi non esistessero. L’inganno sistematico della popolazione, la distorsione dei fatti, la creazione artificiale di false crisi per convincere il pubblico che è necessario che il potere si mantenga e si rafforzi, ecc., sono tutte caratteristiche dell’effetto perverso e corruttore che il socialismo ha sui suoi stesso organismi o centri di potere”. Jesús Huerta de Soto, Socialismo, Calcolo Economico ed Imprenditorialità, ob. cit, p. 124. Ancora una volta, le azioni dei governi si riflettono nell’inquietante domanda che conclude la serie Chernobyl già menzionata: “Qual è stato il vero costo delle bugie?”

[21] Ibidem, pp. 120.

[22] Ibidem, pp. 128- 136.

[23] Ibidem, pp. 144-149.

[24]I continui disallineamenti generati dall’interventismo vengono solitamente attribuiti da esperti e governanti alla “mancanza di collaborazione” da parte dei cittadini e vengono utilizzati come ulteriore giustificazione per nuove dosi di coercizione istituzionale in un processo di crescita totalitaria del potere che, dinanzi alla sempre maggior mancanza di coordinamento, viene solitamente accompagnato da continui “sbalzi o cambiamenti improvvisi di politica, che modificano radicalmente il contenuto dei mandati, l’area in cui vengono applicati o entrambi, tutto nella vana speranza che la la “sperimentazione” asistematica di nuovi tipi e gradi di interventismo risolva i problemi insolubili posti”. Forse il vergognoso episodio delle mascherine, prima sconsigliate dagli esperti, e successivamente considerate indispensabili e dichiarate, a soli due mesi di distanza, obbligatorie anche all’aria aperta (!), è una perfetta illustrazione di questo punto. Vedi Jesús Huerta de Soto, Socialismo, Calcolo Economico e Imprenditorialità, ob. cit, pp. 115-116. Vedi anche, “Macron y la vacunación”, El País, domenica 10 gennaio 2021, p. 10. E tutto questo senza menzionare la tragica realtà della discriminazione a cui le autorità pubbliche sottoposero le case di cura o il fatto che, nei momenti più critici della pandemia, in molte occasioni fosse un funzionario (medico dell’ospedale pubblico) a decidere quali pazienti critici del Covid-19 meritavano di vivere o meno.

[25] Su questo punto si veda l’importante opera di Israel Kirzner, Discovery and the Capitalist Process, The University of Chicago Press, Chicago and London 1985, e in particolare la p. 168.

[26] Per esempio, l’uso da parte dell’impresa privata INDITEX (“Zara”) dei suoi centri logistici e di trasporto con la Cina ha permesso di portare in Spagna in tempo record più di 35 milioni di unità di protezione sanitaria (più 1.200 respiratori) che utilizzando i soliti canali pubblici sarebbero arrivati molto più tardi e in condizioni peggiori. O il caso del ristorante “Coque”, con due stelle nella Guida Michelin, che ha preparato e distribuito migliaia di pasti a Madrid per i bisognosi e i colpiti dalla pandemia.

[27] Si veda, tra gli altri, il classico saggio di F. A. Hayek, “Competition as a Discovery Procedure”, in New Studies in Philosophy, Politics, Economics and the History of Ideas, Routledge, Londres 1978.

[28] I governi continuamente e usando due pesi e due misure denunciano immediatamente qualsiasi fallimento, per quanto piccolo, nel settore privato, quando i fallimenti molto più grandi e lampanti nel settore pubblico sono visti come la prova definitiva che non si spende abbastanza e che bisogna aumentare ulteriormente le sue dimensioni, la spesa pubblica e la tassazione.

[29] Ovviamente, le autorità pubbliche che sono intervenute e hanno forzato un po’ meno i loro cittadini, come nel caso di Hong Kong, Corea, Singapore o, più vicino a noi, la Comunità Autonoma di Madrid, anche se non sono riuscite a liberarsi dei problemi irrisolvibili dell’interventismo statale, hanno raggiunto risultati relativamente più positivi, il che è anche un’indicazione e un’illustrazione supplementare a quelle che abbiamo già commentato nel testo principale. Per inciso, il detto popolare secondo cui “metà della Spagna è dedicata a regolare, ispezionare o sanzionare l’altra metà”, che ha molto di vero dietro di sé, indica che almeno un effetto positivo del confino radicale e del fermo è consistito proprio nella tregua di pressione che la società civile ha potuto sentire, almeno parzialmente e per alcuni mesi, in questo settore.

[30] Non abbiamo fatto riferimento nel testo principale ai contributi della cosiddetta “Scuola della Scelta Pubblica”, che sui fallimenti della gestione pubblica democratica (specialmente i denominati effetti dell’ignoranza razionale degli elettori, il ruolo perverso dei gruppi di interesse privilegiati, la miopia del governo, e la natura megalomane e inefficiente delle burocrazie) divenne così popolare negli anni ’80 (quando il suo principale e pionieristico promotore James M. Buchanan vinse il Premio Nobel per l’Economia nel 1986) e che qui possiamo solo riprodurre (vedi anche la bibliografia che cito nella nota 26, pp. 124 del mio libro Socialismo, Calcolo Economico ed Imprenditorialità).

[31] Étienne de la Boétie, Il Discorso sulla Servitù Volontaria, introduzione di Murray N. Rothbard, postfazione di Nicola Iannello e Carlo Lottieri, Liberilibri, Macerata 2004.

[32] Michael Huemer, Il problema dell’autorità politica, Liberilibri, Macerata 2015.

[33] Jesús Huerta de Soto, Lo Stato Salvatore è solo un’illusione, il Giornale, 14 Maggio 2020.