Introduzione

Il tema della mia conferenza di oggi è “La giapponesizzazione dell’Unione Europea”. Vorrei iniziare con un’osservazione che Hayek fa nella sua “Teoria Pura del Capitale”. Hayek dice che il miglior test per riconoscere un buon economista è capire il principio che la domanda di merci non è la domanda di lavoro; questo è per Hayek il miglior test per un buon economista[1]. Questo significa che è un errore pensare, come molti credono, che un semplice aumento della domanda di beni di consumo porti ad un aumento dell’occupazione. Chi la pensa così non capisce i rudimenti più elementari della teoria del capitale che spiegano perché non è così: l’aumento della domanda di beni di consumo si da sempre a scapito del risparmio e della domanda di beni di investimento, e poiché la maggior parte dell’occupazione si trova nelle fasi di investimento più lontane dal consumo, il semplice aumento del consumo immediato è sempre dannoso per l’occupazione dedicata all’investimento e, quindi, per l’occupazione netta[2].

Aggiungerei a questo il mio test del buon economista: il test del professor Huerta de Soto. Il test chiave per determinare se siamo in presenza di un buon economista secondo i miei criteri (e non intendo assolutamente sminuire il test di Hayek, che d’altra parte è strettamente legato al mio) consiste nel capire perché è un grave errore pensare che l’iniezione e la manipolazione monetaria possano condurre alla prosperità economica. In altre parole, il miglior test di un buon economista secondo il professor Huerta de Soto consiste nel capire perché l’iniezione e la manipolazione monetaria non sono mai la via verso una prosperità economica sostenibile.

Logicamente, né i keynesiani né i monetaristi supererebbero né il mio esame né quello di Hayek e, quindi, sarebbero bocciati e non passerebbero al secondo corso. Keynes, ad esempio, non ha mai capito che si può guadagnare denaro anche quando le vendite di beni di consumo non crescono. Il fatto cruciale è che il profitto equivale alla differenza tra ricavi e i costi. Perciò se i ricavi sono congelati e quindi non crescono, ma al tempo stesso si riducono i costi, si possono fare soldi.

E come si fa a ridurre i costi al margine, in un ambiente di crescita economica normale? Ebbene, sostituendo il fattore lavoro, che risulta relativamente più costoso, con beni di capitale, e questi beni di capitale che sostituiranno il lavoro nelle fasi più vicine al consumo devono essere prodotti da qualcuno e a loro volta generano un massiccio volume di occupazione: le macchine non distruggono mai l’occupazione, al contrario, la creano e in modo massiccio.

Questo meccanismo Keynes non l’ha mai capito e, quindi, avrebbe fallito sia l’esame di Hayek che il mio. E lo stesso sarebbe successo ad una delle persone che, insieme a Keynes, ha recato più danni, non solo alla nostra disciplina, la Scienza Economica, ma anche alla società, soprattutto perché nella sua opera A Monetary History of the United States, ha difeso l’idea che la Grande Depressione del 1929 è avvenuta come conseguenza del fatto che la Federal Reserve non ha iniettato abbastanza denaro, in altre parole, perché non è intervenuta e non ha manipolato sufficientemente la massa monetaria[3]. Mi riferisco ovviamente a Milton Friedman (cosi tanto lodato, al giorni d’oggi, da tutti i banchieri centrali che difendono le politiche monetarie ultra-allentate) e nemmeno lui avrebbe superato il mio test, che consiste nel capire che l’iniezione e la manipolazione monetaria non sono mai la via per una prosperità economica sostenibile.

La storia illustra di volta in volta la correttezza della domanda essenziale che Hayek ed io poniamo per determinare se un economista conosce veramente l’economia e sa di quel che parla. Per esempio, abbiamo il caso del massiccio afflusso di metalli preziosi che avvenne nel nostro paese (la Spagna) dopo la scoperta dell’America e che, lungi dal generare prosperità, rese la Spagna una terra desolata, un vero e proprio deserto economico che non raggiunse la prosperità economica dei paesi vicini fino a molti secoli dopo. In effetti, l’arrivo dell’oro ebbe un impatto al rialzo sui prezzi nominali dei beni e servizi, ovvero il potere d’acquisto dell’unità monetaria in Spagna affondò. La conseguenza fu che i prodotti spagnoli non erano più competitivi e che era molto più conveniente comprare all’estero, così che, con la stessa rapidità con cui l’oro entrava, usciva dai nostri confini per pagare le massicce importazioni. E come risultato di questo processo i prodotti tradizionali della penisola iberica cessarono di essere competitivi e, di conseguenza, i loro produttori fallirono e non ebbero altra scelta che emigrare. Ricordiamo, a proposito, le tre possibilità o sbocchi professionali quasi unici che rimanevano in Spagna in quel momento: “Chiesa, Mare, o Casa Reale”. Vale a dire, diventare un ecclesiastico o entrare in un convento per vivere di rendita; attraversare l’Atlantico “per fare fortuna” in America o servire il re come soldato nelle Fiandre. Tutto questo spiega la tradizionale arretratezza economica del nostro paese, la sua lentezza e il relativo sottosviluppo che ha avuto durante molti secoli.

Un’ulteriore illustrazione storica è fornita dalla nascita delle banche con riserva frazionaria: un altro tentativo, privato all’inizio e in simbiosi con le banche centrali e le autorità pubbliche successivamente, di iniettare denaro nel sistema economico sulla base che sia una bene per l’economia. L’idea di fondo, in altre parole, è che la creazione ex nihilo di crediti senza la copertura del risparmio reale rappresenta qualcosa di positivo e favorevole per il sistema economico, un’idea che è stata difesa da innumerevoli economisti- anche economisti rinomati come, ad esempio, Joseph Alois Schumpeter che, pertanto, non supererebbe il mio test e verrebbe bocciato al mio esame[4].

Ma non parleremo ora del sistema bancario con riserva frazionaria e dei suoi effetti destabilizzanti sul sistema economico: su questo tema rimando al contenuto del mio libro Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici e gli argomenti essenziali sviluppati in esso[5].

Infine, un’altra illustrazione molto chiara dell’attualità del nostro test è la reazione isterica di manipolazione e iniezione monetaria che ha avuto luogo nel mondo a causa e all’indomani della Grande Recessione del 2008 e che, inoltre, ha raggiunto la sua massima espressione in ciò che chiameremo la sindrome economica giapponese o malattia di giapponesizzazione economica. In cosa consiste questa sindrome o malattia che abbiamo chiamato la sindrome economica giapponese? Vedremo prima i suoi sintomi, e poi li analizzeremo alla luce teorica dell’approccio analitico della scuola austriaca di economia[6]. In seguito, commenteremo in che misura questa malattia rischia di contagiare le altre aree economiche, in particolare l’Unione Europea. Ma prima di iniziare ad analizzare i sintomi di questa malattia, diamo un’occhiata agli antecedenti storici immediati dell’economia giapponese.

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[*] Conferenza di Apertura del Dodicesimo Congresso di Economia Austriaca organizzata dall’Istituto Juan de Mariana e dall’Universidad Rey Juan Carlos, 14-15 maggio 2019.

[1] Friedrich von Hayek, The Pure Theory of Capital, Routledge & Kegan Paul, London, 1976 [1941], p. 439.

[2] Jesús Huerta de Soto, “Hayek’s Best Test of a Good Economist”, in Procesos de Mercado: Revista Europea de Economìa Politica 1, n°2, 2004, pp. 121-124. Pubblicato in italiano come “Hayek e il miglior test per riconoscere un buon economista”, in Jesús Huerta de Soto, La teoria dell’efficienza dinaminca, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2014, pp. 407- 409.

[3] Milton Friedman e Anna J. Schwartz, A Monetary History of the United States 1867- 1975, The University of Chicago Press, Chicago, 1982.

[4] S veda Joseph Alois Schumpeter, La Teoria dello Sviluppo Economico, Rizzoli Etas, Milano, 2002 [1911].

[5] Jesús Huerta de Soto, Moneta, Credito Bancario e Cicli Economici, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012.

[6] Sull’ evoluzione e sui contributi della Scuola Austriaca di Economia, si veda Jesús Huerta de Soto, La Scuola Austriaca: Mercato e Creatività Imprenditoriale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003.